La scoperta delle frontiere (la ritirata di Russia)

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Finalmente a casa! E il punto esclamativo – di sollievo e di felicità – in questo caso è davvero giustificato.

Già, perché dopo il successo di “From Zero To Elbrus” si sarebbe dovuta aprire la parte più tranquilla e rilassante del progetto: la fase di rientro, come sempre a bordo della Subaru Forester e del camper Laika, in cui dopo aver riattraversato la Georgia e la Turchia seguendo le rive del Mar Nero, avremmo dovuto rientrare alla base nell’arco di alcuni giorni attraverso un lungo ma ragionevole  itinerario che ci avrebbe consentito di visitare la Transilvania, Budapest e Vienna.

Ma le avventure on the road sono fatte anche e soprattutto di imprevisti. E i cambi di programma che hanno costellato il nostro rientro ne sono un esempio perfetto. Dopo il tour de force del weekend del record, in cui nessun membro del team aveva dormito per più di due ore consecutive, il lunedì mattina di buon’ora ci siamo preparati per metterci in marcia da Azau… quando ci arriva un messaggio da un amico italiano: “Probabilmente lo sapete già, ma la strada che collega alla Georgia risulta chiusa causa frana: forse conviene che vi informiate”. Facile a dirsi… assai meno a farsi, soprattutto in un posto come il Caucaso, dove si parla unicamente russo e nessuno sembra essere interessato né a quanto accade a 300 km di distanza, né tantomeno ad aiutare dei turisti stranieri.

In ogni caso, eravamo tutti solo moderatamente seccati: una frana, una strada interrotta, un piccolo cambio di programma che avrebbe potuto farci perdere qualche ora… che sarà mai, ora è il momento di rilassarsi e di godersi il viaggio. Quello che non sapevamo, nel nostro ottimismo da europei post-Schengen, è che in molte parti del mondo le frontiere esistono ancora per davvero. E che sono fatte per dividere, non semplicemente per segnare un cambio di lingua o di valuta. E che, di conseguenza, una semplice strada interrotta può trasformarsi in un ostacolo quasi insormontabile.

Scendiamo così a fondovalle e chiediamo informazioni alla polizia, che ci conferma: la strada che si dirige a sud, al confine con la Georgia, è interrotta da una enorme colata di fango e non sarà riaperta prima di 5 giorni. E qui iniziano le stupefacenti scoperte: un altra strada che colleghi il Caucaso alla Georgia? Non esiste: neppure lungo la costa del Mar Nero, su quella che le mappe segnano come strada nazionale. Dati i rapporti non idilliaci tra i due paesi, infatti, all’altezza del confine la strada si interrompe ed è possibile transitare solo a piedi, attraverso un ponticello.

Incredibile; ma non tanto quanto la serie di opzioni che ci siamo visti negare nelle ore successive. La via più veloce per portarsi a sud, ci dicono i poliziotti, è scendere sul Mar Caspio e attraversare l’Azerbaigian; peccato che per noi italiani l’ingresso in Azerbaigian sia condizionato a un visto che richiede circa un mese di tempo. Tentiamo con i traghetti che dovrebbero fare la spola sul Mar Nero tra Sochi (Russia) e Trabzon (Turchia): niente da fare, non si riesce in nessun modo (internet, telefono) a capire se sono operativi, se trasportano auto, se c’è posto, in che giorni…molto probabilmente non esistono. Insomma, di andare a sud e portarci in Turchia non c’è verso.

L’unica, a questo punto, è aggirare il Mar Nero da nord. Peccato solo che in mezzo ci sia l’Ucraina, e in particolare zone non esattamente pacifiche, come la Crimea: e infatti ci viene detto che in quell’area le frontiere sono chiuse “causa guerra”. Ci viene però anche detto che la parte settentrionale dell’Ucraina è “abbastanza tranquilla” (!!) e che quindi potremmo dirigerci a nord attraverso la Russia superando Rostov, spingendoci fino a Voronez e poi ridiscendendo a sud verso la città ucraina di Charkiv (vi metto la mappa per dare un’idea delle distanze e degli spostamenti). La famosa frana incomincia ad aggiungere qualche centinaio di chilometri al nostro itinerario… e le notizie continuano.

Un altro, affidabilissimo, amico viaggiatore ci fa presente che: 1) le operazioni doganali tra Russia e Ucraina rischiano di richiedere come minimo un’intera giornata (e del resto, all’andata tra Georgia e Russia di ore ce ne erano volute quasi sette); 2) la polizia ucraina tende a vedere gli automobilisti stranieri come un’interessante fonte di reddito, anche più che nel Caucaso russo. E qui apriamo un’interessante parentesi: casomai vi capitasse di trovarvi in auto da quelle parti, sappiate che sarete soggetti a posti di blocco ogni manciata di chilometri; vi verranno richiesti e trattenuti passaporto e patente, vi verranno contestate (in russo) le più improbabili delle violazioni e alla fine non ve ne andrete se non dopo aver versato un consistente obolo (peraltro in parte contrattabile e in nessun modo registrato con un qualsiasi verbale o ricevuta). L’idea di affrontare continue fermate, discussioni, ispezioni da parte di soggetti in divisa assai poco amichevoli, e in più di venire letteralmente spennati, tutto questo in un paese non certo raccomandabile quanto a livello di sicurezza, ci ha fatto prendere la decisione di evitare l’Ucraina passandole a nord.

Ma a quel punto piegare a ovest, verso casa, significava imbattersi nella Bielorussia… e anche qui è necessario un visto dalle lunghissime e complicatissime procedure (e viene da chiedersi: ma perché questi paesi – non esattamente l’ombelico del mondo – fanno tanto i preziosi? Mah…). Insomma, l’unica è doppiare dall’alto anche la Bielorussia, portandosi all’altezza di Mosca; anzi, suggerisce il navigatore, passando da Mosca senza tentare di “tagliare l’angolo”, perchè quello che si guadagnerebbe in chilometri sarebbe più che compensato dalla cattiva qualità delle strade.

E Mosca sia, alla fine. La diabolica frana russo-georgiana ha dilatato nostro il viaggio di oltre 1000 chilometri. Certo, in questo modo ne abbiamo approfittato per una puntata in città e una veloce visita alla Piazza Rossa (“chissamai quando ti ricapita…”), ma da quel punto in avanti eravamo veramente stremati; la voglia di essere a casa iniziava a farsi sentire, e la strada davanti a noi era ancora lunghissima… così ci siamo messi in macchina e – dandoci i turni al volante – abbiamo guidato ininterrottamente fino a casa, dove siamo arrivati questa mattina (venerdì) alle prime luci dell’alba, completamente rincoglioniti di strada e di stanchezza.

Varcare la frontiera con l’Unione Europea, in Lettonia, è stato un sollievo; e lo è stato ancor di più superare questa notte il valico di Chiasso, entrando finalmente in Italia. Abbiamo tutti la sensazione di aver imparato una bella lezione, su distanze, frontiere, paesi tormentati a due passi da casa: una di quelle lezioni che spesso si tende a dimenticare, muovendosi nell’asettica atmosfera di un aereo e in terreni più famigliari.

PS: un effetto collaterale di tutto questo cambio di itinerario è stato il fatto di non esserci trovati a Istanbul nel giorno dell’attentato, come altrimenti sarebbe accaduto. Commentare, in questo momento, lascia davvero il tempo che trova; ma – dopo averlo conosciuto così da vicino – non possiamo non pensare al dramma che sta vivendo questo splendido paese e la bellissima gente che lo abita.

PPS: gli sponsor si ringraziano sempre, ma in questo caso Laika Caravan e Subaru Italia meritano un vero e proprio plauso. Senza i loro straordinari mezzi, che non hanno creato il minimo problema nonostante l’uso davvero “intensivo”, a quest’ora saremmo ancora a vagare per la steppa!

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2 commenti

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    La fatica esiste, ma va gestita razionalmente. Bravi e un saluto da uno che guida Forester diesel dal 2014.

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    Ciao Nico, dopo tanti giorni dalla tua nuova magnifica realizzazione, volevo solamente complimentarmi con te, il “Wile E. Coyote” italiano che con molla mai, anche per cercare la via del ritorno a casa. Ho letto che è stata dura, ma tu hai la pellaccia e la testa mostruosamente forti. Spero di rivederti presto.
    dal Friuli con furore, Cristian

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