Salita al vulcano

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Il viaggio è ormai entrato nel vivo: recuperato Luca (l’amico osteopata) e fatto un ultimo giro da turisti per la splendida Istanbul, la domenica mattina all’alba la nostra piccola carovana si è messa in marcia. Una tappa che avrebbe dovuto essere solo “di trasferimento”, ma che ci ha riservato una bellissima sorpresa.
Caricati camper e Subaru fino all’inverosimile, ci siamo infilati in un’autostrada semideserta in direzione Ankara, e poi giù a sud-est… Non abbiamo tenuto il conto, ma in totale quasi 800 km, con una breve tappa per mettere i piedi a mollo nel grande lago salato di Tuz Golu , in un panorama surreale.
Tutto questo per arrivare, verso le 5 del pomeriggio, ai piedi dell’ Hasan Dagi: un vulcano spento alto 3268 metri che si staglia tutto solo sull’altopiano della città di Aksaray. La giornata era perfetta, il sole ancora alto… Perché non anticipare il programma e salire subito in vetta? La parte più difficile è stata forse quella di trovare la base per la salita: in queste montagne non è che abbondino di segnali stradali, e i nomi turchi non aiutano; ma alla fine Nico è partito e ha raggiunto la cima. Che poi, essendo una caldera vulcanica, significa che una volta arrivati a quello che sembra l’apice, devi invece scendere, poi risalire, e poi di nuovo una seconda volta. Questa volta più che mai, niente dati tecnici: ci ha impiegato un paio d’ore, ha salito circa 1600 metri di dislivello positivo… ma davvero queste cose, qui, non hanno molta importanza. Quello che è davvero importante è ritrovare una volta di più il piacere di correre in una natura maestosa, di scoprire luoghi nuovi e inesplorati, di sentire che il fisico risponde con naturalezza ed energia agli stimoli della corsa.
E poi, fondamentali in ogni viaggio, gli incontri: questa volta con una tribù di pastori che passano i mesi estivi accampati ad alta quota con le loro greggi di pecore, in un insediamento composto in parte di piccole vecchie costruzioni di sasso e in parte di tende rudimentali. Un grande gruppo simpatico e accogliente con cui tutto il team ha stretto amicizia: con i bambini, innanzitutto (affascinati al limite dell’ipnosi dal drone di Massimo, dal camper, dalla Fugascina di cui si sono sbafati svariati chili, dal pallone che i figli di Nico alla fine hanno lasciato loro), ma anche con le donne intente a preparare sui sassi, su un falò all’aperto, la cena del Ramadan (una fantastica “piadina” ripiena di ogni bendidio, che ci hanno voluto offrire), fino al “capovillaggio” che – in un inglese piuttosto comprensibile – ci ha spiegato che quello, in sostanza, è un alpeggio non diverso dai nostri: trascorrono i mesi estivi in quota, a circa 1800 metri, per poi scendere a valle con le loro greggi durante l’inverno.
Le parole che si usano per descrivere i luoghi di montagna si assomigliano sempre: silenzio, natura, panorami, vita semplice, tradizioni… Ma ogni volta, in concreto, assumono un sapore diverso; questo gruppo di persone cordiali, accoglienti, dignitose ed eleganti nei loro costumi tradizionali, aprendoci le porte del loro semplicissimo accampamento, senza luce né acqua corrente, sono state capaci di farci sentire “a casa”.

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